Abbiamo tutti la vocazione del “profiler”?

Beatrice Mogetta

Se si volesse riflettere su come è cambiato in questi ultimi anni il modo di affrontare l’indagine su un crimine, per cominciare io consiglierei di leggere “L’Alienista”, un raccontone di uno storico che si chiama Caleb Carr. E’ ambientato nella New Jork del 1896, dove in mezzo ad una città in frenetico sviluppo, si muove un serial-killer che uccide giovincelli con inaudita ferocia. Per trovare il feroce assassino si forma una squadra in gran segreto, ed il protagonista è uno dei membri, Lazlo Kreitlzer, di professione “alienista”, ovvero uno studioso della mente umana, assolutamente controcorrente rispetto a tutti gli specialisti dell’epoca. A lui si uniscono un giornalista e due ebrei pionieri nel rilevamento delle impronte digitali e esperti in altre tecniche di indagine scientifiche assolutamente innovative. Un team che rispetto a quello che era stato fino ad allora, rappresenta il passaggio verso le investigazioni del futuro.

Una figura che richiama l’alienista del libro è il criminologo, ovvero colui che studia il comportamento criminale. Fino ad oggi però questa figura veniva impiegata soprattutto in ambito penitenziario, come spiega una famosa criminologa, la dottoressa Roberta Bruzzone, per supportare i magistrati nella scelta dell’esecuzione della pena, nell’ottica di un futuro reinserimento sociale dei detenuti. Il percorso per ottenere questa qualifica deve passare per forza dall’ambito medico, sociologico, psicologico e psichiatrico.aroberta

Un particolare ambito della crimonologia, spiega ancora la dottoressa Bruzzone, è la “Criminologia investigativa” che partecipa alle indagini con strumenti tradizionali e non. Ci troviamo di fronte al criminologo profiler, che oltre alle qualifiche accademiche, deve avere un buon intuito e grande capacità di osservazione, deve essere abile ad entrare nella mente criminale e di comprenderne il funzionamento, deve essere dotato di una grande esperienza investigativa, e deve essere capace di analizzare le informazioni raccolte sulla scena del crimine attenendosi rigorosamente ai fatti.

Ora avviene che in questi ultimi anni, il crimine si è ammantato di spettacolarizzazione; in tutte le trasmissioni televisive, ogni fatto di cronaca viene sviscerato, se ne discute per ore, tutto è diventato una grande opportunità di immagine, di visibilità per sociologi, criminologi, giornalisti, scrittori e tuttologi di ogni tipo. Tutti hanno qualcosa da dire, e non importa se non si conoscono i fatti nel dettaglio, anche gli scenari più fantasiosi fanno audience.

Il problema è che questa corsa alla visibilità ha contagiato anche gli inquirenti, e le indagini vengono gettate nel “tritacarne mediatico” minuto per minuto.

Tutti ci indignamo, ma stiamo incollati davanti ai nostri televisori.

E allora ecco nascere innumerevoli corsi e master, pre o post laurea che promettono una formazione che consentirà di intraprendere la professione di criminologo investigatore. Corsi costosissimi che non servono ad altro che ad alimentare le illusioni di moltissimi ragazzi.

La dottoressa Bruzzone ci tiene a puntualizzare che in Italia non è possibile operare come profiler al di fuori della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. E che anche se si riuscisse ad accedere ad uno di questi corpi, i posti sono pochissimi, e sono concentrati soprattutto nel Reparto analisi criminologiche dei Carabinieri.aris

Anche in ambito processuale, questa spttacolarizzazione del crimine ha generato delle esigenze nuove. Avvocati e periti spingono sempre di più perchè le perizie “vecchia maniera” vengano affiancate , se non sostituite, da risonanze magnetiche, test genetici e nuove verioni della macchina della verità. Ogni volta, nei processi, si assiste a questo braccio di ferro tra loro e scienziati e giuristi che non considerano attendibili questi strumenti.

Eppure ha fatto scalpore, circa otto anni fa, la condanna per omicidio di una donna a Mumbai, in India, dove gli inquirenti, in mancanza di prove, l’ hanno sottoposta a risonanza magnetica e contemporaneamente a elettroencefalogramma, dimostrando che ella aveva ricordi legati al crimine che non avrebbe potuto avere se non lo avesse commesso.arisonanza

In Italia si è arrivati a sistemi ancora più sofisticati: “l’alat” per esempio è una invenzione nostrana ed è l’evoluzione di un test chiamato “Implicit association” che serviva a scovare il razzismo recondito.

Questo test è stato usato su Annamaria Franzoni, la mamma di Cogne, condannata per l’omicidio del figlioletto Samuele. Ebbene, nessun elemento legato all’omicidio del bambino è presente nella memoria della signora, ma, è stato decretato, che questo non significa che ella non abbia commesso il fatto, ma che potrebbe aver avuto una amnesia! Molto soggetto al giudizio personale del giudice, non credete?

In un’altra circostanza, nella vicenda di Stefania Albertini che nel 2009 uccise la sorella, ne bruciò il corpo e ingannò tutti per mesi, il test è stato usato per dimostrare che, quando lei si dichiarava innocente, era perchè non attribuiva a se stessa l’assassinio. E dalla prima condanna all’ergastolo, si è commutata la pena a 20 anni di ospedale psichiatrico.

Come vedete, qui da noi non c’è una legge che regola l’uso di questi strumenti, e tutto è lasciato alla discrezionalità dei giudici, e spesso il progresso viene rifiutato e si privilegia, per eseguire una perizia, il vecchio e semplice colloquio con l’imputato. D’altra parte, non disponendo ancora di tecniche investigative sicure al 100%, è più giusto applicare la regola del ragionevole dubbio . Senza contare che le sentenze devono tenere conto anche di altri elementi come il contesto sociale in cui si svolge la vicenda.

A questo proposito, e qui Cesare Lombroso, lo scienziato dell’800 che ha passato la vita a cercare di dimostrare che i criminali rispondevano a determinate caratteristiche fisiche, si rivolterà nella tomba, pare che i soggetti definiti pscicopatici, ossia che manifestano un comportamento antisociale, caratterizzato da mancanza di empatia, tendenza a manipolare gli altri e violenza, hanno l’area del cervello che scanziona le emozioni (il lombo limbico), di forma e dimensione alterate, e le aree deputate all’empatia, per esempio col dolore degli altri, molto meno attive. Questo fa si che non riuscendo ad identificarsi con la vittima e non percependo la sofferenza che stanno infliggendo ad essa, gli psicopatici possono commettere delitti efferati, anche ripetutamente.

Ci sono inoltre anche degli individui che posseggono nel loro patrimonio genetico geni che predispongono alla violenza, e che rendono più difficile controllare gli impulsi. Questi geni sono stati rilevati anche in molti broker di Wall Street, per esempio, ma è provato che quando si combinano con una esistenza degradata, il miscuglio diventa esplosivo.

Insomma, ormai siamo sempre più esperti di cronaca nera, di analisi del DNA, di intercettazioni, e quant’altro, anche grazie agli innumerevoli telefilm americani di genere legal-thriller.

Sarà per questo che in ogni fatto di cronaca non è più così facile trovare chi è stato a commettere il delitto? E che quindi le sentenze di condanna non sono mai del tutto soddisfacenti e sufficentemente severe, perchè non si riesce mai a provare al 100% la colpevolezza dell’imputato?

La vecchietta ultra ottantenne che a Roma ha fatto saltare il suo appartamento con delle bombole di gas, per vendicarsi dello sfratto subito, provocando morti e feriti, scappando ha tolto la scheda sim e la batteria al telefonino!!!!avecchia C’è da riflettere……


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