Arte, genio e follia…cosa hanno in comune?

tesi studenti

pazzia nell’arte

Nell’800 fa ingresso nell’arte la storia del quotidiano, per la prima volta e con sofferta partecipazione. Gli artisti cominciano a rappresentare gli uomini attraverso lo studio del loro vissuto rappresentando spesso personaggi comuni con uno studio approfondito dei loro volti cercando di rappresentare i loro sentimenti, le loro sofferenze, i loro disagi e le loro malattie. Possiamo vedere come la pazzia sia trattata nelle opere d’arte da autori dell’800. Alcuni ne traggono degli accurati ritratti, altri ne ritraggono le sale ad esse riservate, altri ancora ne subisco le conseguenze in prima persona e ne ritraggono da se stessi. Il primo esempio è appunto quello di Théodore Géricault (1791 – 1824).
G. G. Buchner, Woyzeck Büchner vive nella prima metà dell’800. Egli critica con la sua vita e le sue opere la falsa morale borghese e l’assolutismo dell’impero prussiano, basato sul predominio della ragione, del diritto e della legge nei confronti di un suddito fedele allo Stato.Ciò provoca la negazione della creatività a favore dell’ubbidienza e dell’integrazione nel sistema. Per queste sue idee Büchner fu anche politicamente perseguitato. Altra fonte di ispirazione per questa opera sono gli studi di medicina, psicologia e neurologia; il soggetto scelto da Büchner si rifà a una storia realmente accaduta basandosi su delle cronache criminali e mediche. Woyzeck è un pover’uomo sfruttato e considerato come scemo da tutti. E’ sfruttato e reso pazzo dai suoi superiori che gli sottraggono ogni residuo di libertà. Vediamo che il dottore esercita degli esperimenti su di lui “Ah, l’ho vista, sa? Lei ha pisciato in strada, contro il muro come un cane. E pensare che si prende due soldi al giorno” infatti su ordine del dottore Woyzeck può urinare solo in certi momenti all’ordine del dottore, oppure è costretto a mangiare solo piselli: ”E i suoi piselli, li ha già mangiati?…” Questo tipo di esperimenti fanno si che la sua pazzia aumenti fino a portarlo a commettere atti omicidi. Woyzeck è sfruttato anche da Marie, la sua compagna, che gli è anche infedele “Dica un po’, Woyzeck, non ha ancora mai trovato un pelo di barba nella Sua scodella? Eh, ma si che si capisce, un pelo di uomo, della barba di un geniere, di un sottufficiale, di un…, di un certo Tamburmaggiore?” ma Woyzeck non ne è sicuro, non ne ha la certezza, non sa più cosa credere e delira. Woyzeck è infatti soggetto a manie di persecuzione: sente voci, ha delle allucinazioni “ Vedi quella striscia sull’erba, laggiù oltre il prato, è là che alla sera la testa rotola […] Andre, sono stati i Massoni, l’ho scoperto, si, proprio i Massoni, sst!” e mutamenti improvvisi di umore. Nel finale vedremo che Woyzeck sarà portato da forze oscure ad uccidere Marie: “Su, ancora! Su, ancora! Facciamola finita con questa musica!…come, che cosa state dicendo? Parlate più forte, più forte! Ah.., di uccidere quella troia della malora, di scannarla? Devo farlo? Assolutamente E’ anche il vento a dirlo, a ripeterlo? Non sento altro. Su, ancora! Uccidila, scannala!” La pazzia di Woyzeck è evidenziata anche attraverso tensioni e presagi come appunto la testa che rotola che è una previsione di morte, oppure il sogno dei coltelli e la visione del fuoco (“La terra ha un calore infernale”), lampi tuoni: “Un fuoco corre per il cielo.” e voci. Büchner mostra l`oppressione esercitata dal sistema assolutista sull’individuo la cui personalità viene annullata dal sistema statale e dalle convenzioni sociali fino a giungere alla pazzia. “ Ich hab’s gesehn Woyzeck; Er hat auf Stra? gepisst, an die Wand gepisst wie ein Hun Continu
Egli ritrae, negli ultimi anni della sua vita, una serie di dieci visi di pazze, pervenuti a noi solamente in cinque, per studiarne i tratti somatici. In questo quadro, intitolato “Una pazza”, rende la pazzia e il dolore interiore attraverso la profondità espressiva degli occhi, il movimento dei piani facciali e il rapporto cromatico. In questo sguardo possiamo vedere il dolore che si prova a sentirsi diverso dalla società e non compreso perciò emarginato, lo stesso sguardo lo si nota nei geni e poeti del romanticismo non compresi e criticati dalla società stessa. Altro personaggio, divenuto pazzo e respinto dalla società (suicidato dalla società), che ci lasciò molte opere rappresentanti il suo stato nevrotico insieme a molti altri capolavori è Van Gogh (1853 – 1890). In questo quadro possiamo vedere quanto il suo stadio sia avanzato. Dopo una lite con l’amico pittore Gauguin, con il quale conviveva in una abitazione ad Arles, egli si sia autolesionato mutilandosi l’orecchio sinistro e portandolo, avvolto in un giornale, ad una prostituta. Dopo questo avvenimento molti furono i cittadini di Arles che chiesero con una petizione di allontanare il pittore dalla cittadina in quanto lo giudicavano un “pazzo pericoloso”.
Quindi si allontanò e si recò volontariamente in un ospedale psichiatrico nelle vicinanze. Sappiamo che la sua vita finì in modo tragico nel 1890 e possiamo ritrovare alcuni accenni dei suoi malori in altre sue opere in cui emerge l’angoscia, l’inquietudine e il senso di smarrimento. Van Gogh utilizzava le pitture per trasmettere i suoi mali sociali e per rappresentare sé stesso in quanto emarginato sociale; egli non era stato accettato dalla società, le sue opere non erano state vendute e questo gli provocava un grande senso di frustrazione che lo portò alla pazzia. Egli stesso scrisse: “Mi sento senza patria e senza famiglia” e ancora scrive al fratello: “ Durante le crisi mi sembra che tutto quello che mi immagino sia reale.” I suoi dipinti possono essere quindi studiati in chiave psicanalitica giungendo alla sintesi visiva di tutto il suo complesso e agitato mondo interiore.

 

 

Grave infermità mentale, perdita della ragione, pazzia.”
Questa è la definizione che comunemente si trova su un qualsiasi dizionario di lingua italiana. Il tema dell’alienazione mentale da sempre ha incuriosito e soprattutto spaventato gli uomini che si sono preoccupati di esorcizzare il fenomeno, di collocarlo tra le cose inspiegabili, di circoscriverlo, di isolarlo, fin dove possibile, al fine di tutelare la propria tranquillità e sicurezza, di non lasciarsi coinvolgere e di trovare successivamente una spiegazione razionale.

La storia è ricca di esempi di persone “folli” e in tanti casi questa inspiegabile follia ha sortito soluzioni geniali ma anche episodi di vera efferatezza come la caccia alle streghe. La definizione di follia è stata influenzata dal momento storico, dalla cultura, dalle convenzioni e c’è da chiedersi chi è davvero il folle e quali sono i limiti entro cui si può parlare di normalità o di follia.

IL CONSENSO ALLA FOLLIA: HITLER 

è proprio il superomismo di Nietzsche che forse riesce a spiegare più precisamente il totalitarismo e il Nazismo. Infatti, nella filosofia nietzschiana, il dittatore può considerarsi e specchiarsi nel superuomo, intendendo la volontà di potenza non tanto come possibilità da parte dell’individuo di elevarsi sopra le masse, quanto come scatenamento delle passioni e forza demagogica. Egli conta sulle proprie capacità di superuomo per ripristinare il caos originario, imponendo il crollo di tutti quei falsi dèi quali la morale, il Cristianesimo e in generale ogni metafisica. Mediocrità e modestia non fanno per lui; è un modo per riscattarsi e mostrare al mondo che quel ragazzo che ha subito amare delusioni in gioventù, ha tenuto, con tragiche conseguenze, la Germania in pugno per più di un decennio. Un decennio di orrore per la patria tedesca e non solo, un decennio in cui la follia di un solo individuo ha preso il sopravvento. Ma la storia, bene o male, grazie ai libri o a quegli stessi mezzi di telecomunicazione che hanno consentito l’espansione del fascismo e del nazismo, la conosciamo bene tutti; più arcane sono le cause di gesti simili e i motivi del consenso popolare ad un tanto estremo regime. I dibattiti che hanno interessato, in tempi recenti, l’opinione pubblica sulla chiusura dei manicomi, dove “i folli” venivano reclusi e trattati peggio degli animali, hanno orientato il mondo scientifico ad inserire i cosiddetti “pazzi” nel proprio contesto familiare e sociale, offrendo, per un tempo limitato, ricoveri ospedalieri e ricorrendo ai ricoveri coatti solo in casi di estrema pericolosità.

si parla di folle spesso ci viene in mente la figura del degente in ospedale psichiatrico, ci viene in mente una persona affetta da allucinazioni e schizofrenia, magari imbottita di psicofarmaci, legata al letto o chiusa dentro “camere di isolamento”.

La follia, quel lato oscuro oltre la ragione

Nel mio percorso ho voluto analizzare più a fondo questo tema, in vista del mio desiderio di continuare gli studi all’Università di Psicologia, ma soprattutto per interesse personale.
Forse il comportamento di un folle è semplicemente quello che noi tutti possediamo nel nostro inconscio. Pensiamo ad un’artista, che è capace di esternare le proprie emozioni e sensazioni in modo anche confusionale e disorganizzato: non potrebbe essere definito folle? La follia ci aiuta ad affrontare il nostro io e a tirar fuori la parte più creativa di noi stessi.


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