Il lato oscuro (il nostro mistero)

    Lo specchio ci rimanda la nostra immagine. In essa scorgiamo unicamente la superficie di noi stessi, la rappresentazione che nella nostra mente abbiamo del nostro io. Ma lo specchio occulta il nostro profondo essere, il nostro lato oscuro. Esso non viene riflesso; esso è in fondo ai nostri occhi ed è ciò che solamente noi abbiamo imparato con il tempo a riconoscere. Secondo la teoria che andrò a sviluppare in queste righe, ognuno di noi nasconde un aspetto di se stesso che non desidera palesare e che tiene nascosto, chiuso a chiave da qualche parte nella nostra mente. Esiste una parte di noi stessi con la quale conviviamo, che ci portiamo sempre dietro, sconosciuto agli altri. Questa parte cresce, si sviluppa e muore con noi e il più delle volte resta occultato, inattivo sul piano reale, ma dinamico nel nostro intimo perché sono i nostri pensieri a nutrirlo, a coltivarlo, come un giardino segreto diverso però da quello descritto dalla scrittrice anglo-americana Frances Burnett perché al contrario di Lord Craven che aveva sotterrato la chiave del giardino affinché non fosse più ritrovata, noi quella chiave la teniamo sempre stretta nelle nostre mani per non correre il rischio che qualcun altro possa dissotterrarla e fare così il suo ingresso in quella parte di noi stessi che deve restare celata. Se credete adesso che io stia mettendo al bando il nostro lato oscuro a beneficio di quello chiaro, come li distingue il regista George Lukas in Guerre Stellari, state cadendo in errore. Lato oscuro non è necessariamente sinonimo di qualcosa di negativo, di riprovevole, di peccaminoso, è semplicemente una parte del nostro io che non desideriamo esca allo scoperto. Non sto parlando di disonestà, ossessioni, malvagità o degenerazioni. Questi aspetti hanno bisogno di essere rivelati per poter essere guariti e per poter vivere serenamente la nostra esistenza. Il lato oscuro a cui mi riferisco in queste righe invece e ciò che ci consegna la prova che esistiamo così come fa la nostra ombra. Senza di essa sapremmo di non esistere. La nostra parte oscura dunque non è necessariamente malvagia come suggerisce la definizione; la determinazione di oscura nasce semplicemente per descrivere una parte che resta al buio, ma che come la Pilea Cavernicola (una specie di pianta recentemente scoperta in Cina) riesce a vivere pur crescendo in caverne nelle quali è predominante l’assenza di luce. Si tratta semplicemente di qualcosa che ci appartiene caparbiamente e che ci rifiutiamo di condividere con gli altri; non importa che essi siano dei famigliari, i nostri più cari amici, il nostro confessore o il nostro parrucchiere. Sto parlando di una parte che appartiene solamente a noi e che resta occultata, oscura, appunto. Io credo che nella scelta di celare le nostre profondità si nasconda un istinto primordiale di autoconservazione. Mark Twain in Seguendo l’Equatore scriveva “ognuno di noi è una luna: ha un lato oscuro che non mostra mai a nessun altro”. Persino i mitici Pink Floyd hanno intitolato un album (uno dei più venduti di tutti i tempi) a questo argomento: The dark side of the moon. Quale esempio migliore di questo meraviglioso satellite che ha ispirato sonetti, poesie, serenate e baci appassionati? Non è forse vero che anche esso possiede un lato oscuro di cui noi tutti siamo a conoscenza, ma che accettiamo limitandoci ad ammirare la parte luminosa che rischiara le nostre notti? E’ dunque negativa la connotazione che ci consegna Mark Twain paragonandoci alla luna? Quasi negli stessi anni in cui Mark Twain proliferava con i suoi scritti, Carl Gustav Jung affermava che l’incontro con noi stessi è una delle esperienze più terribili che si possa fare. Pur andando contro il parere del padre della psicologia analitica credo di poter affermare (che azzardo!) che una esperienza ben più terribile sarebbe quella di puntare una luce contro la nostra parte oscura svelandola perché secondo me il nostro lato oscuro rappresenta il nostro mistero. Perché dovremmo rinunciare ad esso? Pongo questa semplice domanda perché spesso le persone che ci circondano pretendono da noi la completa trasparenza, una totale nitidezza, come un se dovessimo essere delle lastre cristalline, ma un vetro non è fatto per essere guardato; esso è fatto per guardarvi attraverso ed essere ignorato. Il nostro lato oscuro è in definitiva quel giardino segreto nel quale è sufficientemente buio per perdersi con grazia. Questa frase di chiosa è un perspicace commento frutto di un’arguta e brillante intuizione che ha avuto il Dott. Emiliano Caradonna dopo aver letto in anteprima il testo di questo articolo e che sono contenta di potervi regalare.


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