Polonia futuro dell’Europa

Varsavia Polonia

Altrove se ne sono accorti ormai da anni, in Italia quando si parla di Polonia si continua a pensare alle belle ragazze e ai tantissimi polacchi che, soprattutto tra gli anni ’90 e 2000, venivano a lavorare nel nostro Paese. Sono mutate tante cose negli ultimi anni ma la stampa nostrana, tradizionalmente “italocentrica”, ha sottolineato solo sporadicamente il grande cambiamento che è in atto nell’ex “sorella povera” del nostro continente. Dal 2003 il Prodotto Interno Lordo cresce in media oltre il 4% ogni anno (decisamente al di sopra della media dell’eurozona) e la grande crisi degli ultimi anni, da queste parti, non ha attecchito. L’ingresso nell’Unione Europea, dal 2004, ha portato a Varsavia una valanga di Fondi Europei che, a differenza di quanto accade nel Meridione d’Italia, sono stati spesi perfettamente: gli 81 miliardi piovuti sul territorio polacco tra il 2007 e il 2013 hanno inciso del 3,3% ogni anno sul PIL del Paese. Il programma 2014-2020, poi, prevede la bellezza di ulteriori 100 miliardi di euro che si tradurranno in nuove infrastrutture.
Da un punto di vista produttivo Polonia non vuol dire solo salari bassi e, quindi, possibilità di delocalizzazione per i grossi colossi industriali. La qualità dei prodotti, anche a causa della svalutazione dello Zloty che ha reso le importazioni meno competitive, è decisamente cresciuta e le nuove generazioni rappresentano un capitale umano di grande valore che guarda al futuro decisamente con più ottimismo rispetto ai coetanei italiani. I giovani polacchi parlano inglese e non devono più emigrare in giro per l’Europa per svolgere le mansioni più umili: dall’Italia, nel 2014, sono andate via invece oltre 100 mila persone, gran parte delle quali formate nelle nostre scuole ma respinte dal mercato del lavoro divenuto, nel frattempo, “a tutele crescenti” e forse inesistenti.

Se non vedi non credi

I dati economici hanno il pregio di essere chiari ma apparire molto spesso piatti per chi è abituato a toccare con mano la realtà. Basta fare un viaggio in Polonia per rendersi conto del miracolo economico ancora in corso di evoluzione. Ovunque, da Varsavia a Cracovia, passando per Breslavia, si vedono infrastrutture all’avanguardia: stazioni nuove e moderne, treni puliti e decisamente meno imbarazzanti dei nostri intercity degli anni ’90, strade pulite ed ordinate, cantieri aperti con nuove opere da costruire e centinaia di lavoratori impegnati. Ovunque la tabella con la bandierina dell’Unione Europea che sta a testimoniare la realizzazione del progetto con i fondi provenienti da Bruxelles. Pullman e tram, annunciati ad ogni fermata da tabelle digitali aggiornate in tempo reale, portano gente in giro per le città a prezzi modici: il biglietto si può fare semplicemente con lo smartphone, come in tutti i Paesi civili, o al massimo a bordo strisciando la prepagata. La rete internet, poi, viaggia a ritmi che “quaggiù” ci sogniamo, con velocità di download ed upload in grado di imbarazzare uno speed test made in Italy. Insomma, l’Europa di Spinelli e De Gasperi è arrivata ormai da tempo oltre la vecchia cortina di ferro che separava l’Occidente dai Paesi ad influenza comunista. E’ giunta fin qui nella sua parte migliore: a queste latitudini non si parla di spread, di vincolo del 3% e di austerità, e la Germania della Merkel, più che dettare ciclicamente ordini e raccomandazioni, è uno dei primi partner commerciali. Le risorse sono state impegnate concretamente e sono sotto gli occhi di tutti: da noi al massimo, ad ogni “giro di soldi”, viene fuori un Mafia Capitale, uno scandalo in stile Expo o Mose e qualche operetta inutile realizzata molto spesso per tutelare gli interessi di qualcuno più che della collettività. Intanto miliardi su miliardi vengono restituiti perché il Tar di turno blocca i lavori per cinque anni a causa del ricorso di un condomino benestante e litigioso o di un piccolo proprietario terriero.

La Polonia e il Sud Italia “che muore”: due realtà antitetiche

Quando si parla dei Paesi dell’Est Europa il confronto con il Meridione del nostro Paese è inevitabile. Mentre due giovani su tre sono senza lavoro, la Regione Sicilia butta soldi in corsi di formazione inutili, come denunciato da Rizzo e Stella in “Se Muore il Sud”, e i fondi europei vanno alle sagre di paese molto spesso organizzate dagli amici degli amici. Mentre in Polonia treni all’avanguardia attraversano il nulla, con i binari posti tra gli alberi su cui corrono convogli che uniscono il Paese, da Roma in giù carrozzoni con i vetri ingialliti ed i bagni inagibili collegano (per modo di dire) le città meridionali viaggiando molto spesso a ritmi di un’Ape Car. Quando si parla di spread, più che ai mercati finanziari, bisognerebbe guardare a questo gap con i nostri partner europei, compresi quelli che consideriamo ancora erroneamente “poveri” e “arretrati”.

Le prossime elezioni regionali in Campania vedranno, come sempre, il tema dell’utilizzo dei fondi europei al centro del dibattito. Al politico, che pubblicamente annuncia la riduzione del divario con il Nord (tornato ai livelli del dopoguerra) e sottobanco illude con la solita promessa del posto di lavoro o del “piacere” di vario genere, chiedete strade, ponti, treni, pullman, ospedali e scuole: gran parte dello sviluppo, infatti, passa da qui. L’illusione di sbarcare il lunario, aggrappati al clientelismo ed alla miope illusione di salvare sé stessi affondando gli altri, si è rivelata fallimentare al punto da spingere il Meridione agli ultimi posti in tutti gli standard qualitativi: una provincia estrema del Vecchio Continente che viene poco prima della Grecia. Eppure, dieci anni fa, la storia in Polonia non era molto diversa.


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