Ma davvero non si muore per amore?

Ho letto questa frase di Bertold Brecht: “E’ stato molto tempo fa. E ora non so più nulla di lei, che una volta era tutto. Ma tutto passa….”. Mi è tornata alla mente una storia, e visto che i due protagonisti appartengono alla mia cerchia familiare, posso garantire di persona sulla sua veridicità. Ebbene, dobbiamo partire da quando una signora con due figli venne abbandonata dal marito. I due ragazzi erano poco meno che adolescenti. Figlia di una ricca famiglia di possidenti terrieri, la signora si scoprì inaspettatamente senza mezzi. Presentata da un’amica, trovò lavoro in un collegio francese, una scuola per ragazzi ricchi. La sua mansione: cuoca. Uno stipendio decente, ma un impegno totale. Il buon cuore del responsabile, sensibilizzato dalla stessa amica che li aveva messi in contatto, le permise di tenere i figli con se e anche, incredibile ma vero, di far loro frequentare la prestigiosa scuola. C’era una condizione, però: lei non doveva avvicinare i figli durante il giorno perchè gli altri studenti non potessero mai scoprire che due dei loro compagni erano gli umili figli della cuoca!A lungo andare, obbedire a questa condizione, si rivelò molto dura, ma la consapevolezza di poter permettere ai figli una educazione privilegiata, le diede la forza di andare avanti. Pietro, il nostro protagonista, aveva trovato il modo di far sapere alla sua mamma che la stava pensando: avvicinandosi alla alta siepe che separava l’elegante parco dai locali di servizio, suonava con la sua armonica a bocca il motivo “Terra straniera”. Molto spesso erano lacrime da tutte e due le parti.

Ma il tempo passò e Pietro ormai affrontava la scuola superiore. Arrivò nel collegio una ragazzina siciliana, Agata. Fu amore a prima vista per entrambi. Il delicato sentimento venne vissuto in modo ingenuo, almeno all’inizio, ma quando furono vicini alla maturità, e quindi alla separazione, i due giovani sentirono l’esigenza di parlare della loro relazione alle famiglie. Il padre di Agata non ci mise molto a scoprire che Pietro era il figlio di una inserviente e giudicandolo inadeguato, decise di porre fine a quel rapporto, portandosi via la figlia ancora prima degli esami. Inutile parlare del dolore di entrambi. Non fu loro permesso neanche di scriversi. Non si sentirono mai più. Passarono gli anni, Pietro, che si era laureato, era impiegato da un gioielliere importante. Bel ragazzo, sportivo, raffinato, colto, era corteggiato e ambito. Ma nella sua vita non entrò mai una ragazza. Viveva la sua esistenza, che scorreva su binari sereni, e quando qualcuno faceva riferimento al suo status di scapolo, lui con un sorriso tirato ed una battuta chiudeva l’argomento. Le vie del destino sono infinite e nel “suo” negozio, un giorno arrivò Agata. Possiamo immaginare l’emozione? Erano passati più di vent’anni. Gli occhi di lei non riuscivano a staccarsi da quelli di lui. Decisero di rivedersi la sera stessa. Nella terrazza di un ristorante romano le parole furono un fiume in piena. I ricordi, la sofferenza, una vita portata avanti cercando di trovarle un senso. Neanche lei si era sposata, anzi non c’era stato nessuno mai nella sua vita. Il matrimonio fu celebrato in una forma intima e affrettata: non c’era ragione di sprecare ulteriore tempo. La felicità fu coronata dalla nascita di un bambino. Finalmente la vita era perfetta. Alla vigilia del nono anniversario di matrimonio, quell’uomo così sportivo, così salutista fu stroncato da un infarto. Per Agata la vita tornò a non avere senso. Ed il non senso cancellò tutti i significati. Non aveva la forza neanche di amdare a consolare il suo figlioletto, quando lo sentiva piangere di notte. Gli sforzi della famiglia e degli amici, per distrarla, si rivelarono vani. Morì dopo 6 mesi. Di crepacuore, dissero. In un foglio, nel cassetto del comodino, una frase scritta in fretta: “Non riesco più a raccontarmi, perchè non c’è una me senza raccontare te…..”

Sono andata a leggere dei forum sull’argomento. Difficile superare una perdita, soprattutto se ci si è molto amati. Forse non a tutti è concesso di porre fine ad una esistenza dimezzata. Spesso i doveri ci ancorano alla vita, i figli in primis, ma (parafrasando Enrico Ruggeri) il sentirsi come “una rondine a cui l’ala è stata frantumata ad estate finita”non ce lo leva nessuno. La gente intorno dimentica in fretta, e pensa che si possa farlo anche noi. Allora si accettano gli inviti, si cerca di sorridere e quando si torna a casa, spossati, perchè portare quei sorrisi stampati sul volto pesa, si può finalmente piangere, di nascosto, senza dover chedere perdono della nostra voglia di morire. Non so, perchè vi ho raccontato questa storia, questa sera. Ma spero che se qualcuno sta vivendo il dramma di un abbandono, di qualsiasi genere esso sia, si senta meno solo e meno incompreso.


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