Un Castello da far girar la testa: Donnafugata

Beatrice Mogetta

Ad una quindicina di chilometri da Ragusa c’è un castello, che poi un castello non sarebbe, se non altro nella connotazione tradizionale del termine. Si tratta in realtà di un magnifico palazzo ottocentesco con una particolarità: racchiude in se tanta storia, numerose leggende, e poi misteri, simbolismi arcani, letteratura, sentimenti e cinema; e ancora: inesattezze storiche, equivoci, e tracce di quel passato dell’aristocrazia siciliana che si è trovata a vivere a cavallo tra il Regno Borbonico e l’Unità d’Italia.ACastello2

Sto parlandovi del castello di Donnafugata, l’unico, il solo esistente nell’Isola, ma che il Tomasi di Lampedusa, nel suo “Gattopardo” ha fatto in qualche modo, suo, chiamando col suo nome la dimora del Principe di Salina, il protagonista del romanzo.Aromanzo

Allora cerchiamo di fare ordine nella realtà di questo luogo magico, anche se, credo, che sogni e leggende, fatti reali e tradizioni fantasiose si intreccieranno spesso.

Partiamo dalla storia del magnifico palazzo: pare che in quel territorio, un modesto castello vi fosse edificato nel XIV secolo. Nel secolo successivo, la leggenda vuole, che la proprietà fosse passata in mano a Bernardo Cabrera, crudele e spietato “gran giustiziere” del Regno di Sicilia. Ed ecco la prima storia, che è stata tramandata fino ad oggi: Bianca di Navarra,ABianca moglie del re di Sicilia, rimase vedova e si trovò a dover governare da sola. Bellissima ed ancora giovane, suscitò l’interesse del vecchio Cabrera, che spinto, un po’ dalla passione, ed un po’ dalla prospettiva di accaparrarsi il regno, la chiese in sposa. Lei ovviamente rifiutò sdegnosamente, e Bernardo la fece rapire, chiudendola in una stanza del castello. Forse con l’aiuto di qualcuno, attraverso dei passaggi segreti, però, la regina riuscì a fuggire e pare che in seguito fece arrestare il vecchio conte e lo fece giustiziare. C’è da dire che i castelli che vorrebbero essere stati teatro della vicenda della bella Bianca sono molti, ma qui si dice che il nome derivi dalla fuga della regina.AStanza

Intorno alla metà del 1600 la proprietà fu acquistata dal barone Arezzo-La Rocca, che cominciò a riedificare il palazzo per farne una “casina di campagna”, era infatti costume dei nobili siciliani passare i mesi estivi nei feudi di famiglia. Chi però ne fece una dimora così sontuosa fu Corrado Arezzo, eclettico, colto, impegnato politicamente, e anche godereccio e burlone. Si deve a lui la bella facciata in stile neo-gotico, il parco lussureggiante pieno di piante esotiche e rare,AParco nel quale fece costruire fontane, automi, tempietti dalla volta stellata,Atempietto e persino un inquietante labirinto, con muri a secco alti due metri, ed una sola apertura, nel quale ci si perdeva inesorabilmente.ALabirinto

Fu durante il suo soggiorno nel magnifico palazzo che avvenne un’altra fuga di un’altra donna. La nipote di Corrado, Clementina Paternò, vedova, si innamorò di un avvocato e fece la classica “fuitina”. Il barone la fece inseguire e riportare al castello, ma ormai il danno era fatto e le nozze riparatrici obbligatorie.

Corrado Arezzo era un “gattopardo”, un rappresentante di quel ceto dominante e agiato, che trovandosi a vivere un cambiamento politico, sociale ed economico, si adatta, simulando di essere quasi un fautore della nuova situazione, con lo scopo di conservare il proprio prestigio e i propri privilegi: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, dice il giovane Tancredi all’anziano zio, il principe di Salina. Il “gattopardismo” ha il suo emblema in questa affermazione paradossale.Agattopardo

Così come erano “gattopardi” i Tomasi di Lampedusa, e Giuseppe, che scrisse il famoso romanzo, ispirandosi al nonno, e anche un po’ a se stesso (come confessò in seguito), nel descrivere il feudo nel quale si svolge la parte più importante del libro, anche se si riferisce ai luoghi della sua infanzia, ne fa, casualmente, una descrizione che calza a pennello anche al nostro castello: “Donnafugata, con il suo palazzo, con le sue acque zampillanti, con i ricordi dei suoi antenati santi, con l’impressione che essa dava di perennità dell’infanzia”, è avvolta da una natura aspra, che “questa nostra estate lunga e tetra….questo clima che ci infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi” rende brulla a causa della “arsura dannata”. Ma in nessun posto, come qui, si avverte “il senso di possesso feudale che in essa era sopravvissuto”.AINgressp

Quando Luchino Visconti decise girare il film “Il Gattopardo, andò a Donnafugata in segreto, si fece aprire dal vecchio custode, e volle respirare l’atmosfera del palazzo, immaginarvi il “suo” principe, riflettere, capire. Solo di fronte a quello stile irrequietamente barocco, a quelle 122 stanze “una casa non può definirsi tale se si conoscono tutte le stanze”, a quell’aria malinconica come malinconico è l’aristocratico protagonista, “a disagio” nell’epoca in cui è costretto a vivere, agli echi delle frequenti feste, ai fantasmi degli ospiti che si riversavano nel parco, ebbri di vino e di voglia di divertirsi, di amare e di vivere passioni sfrenate, egli riuscì a delineare i suoi personaggi, a dare corpo alla vicenda, e a quella nobiltà così distante culturalmente dalla sua, eppure così stranamente evocativa.Acastello

E Donnafugata è sempre là, che attende e accoglie chiunque voglia visitarla, restaurata per metà, con le sue stanze sontuose, i suoi arredi dell’epoca, le sue preziose tappezzerie, gli affreschi, la biblioteca segreta con migliaia di volumi, la stanza degli stemmi nobiliari, riprodotti su 738 maioliche,ASAla degli stemmi la sala degli specchi che falsa la realtà,ASala degli specchi con la sua loggia in stile gotico veneziano e le sue finestre bifore,ALOggia le sue torrette e i suoi merli, pronta a farci fare un salto spazio temporale in una dimensione fantastica e reale, dove storia, ambiguità, mistero e romanzo si mischiano in una confusione destabilizzante e meravigliosa.

E solo in questa località, adagiata tra il mare e la barocca Ragusa Ibla, possiamo comprendere le parole del Tomasi di Lampedusa quando si riferisce ad “Un paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata: che non è mai meschino, terra terra, distensivo, umano”.


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