Una delle “miserie” di questo nostro Bel Paese. Perchè a volte bisogna anche denunciare

Beatrice Mogetta

In un’altra vita, tanto tempo fa, sono stata una cantante, chitarrista folk. Nelle mie ricerche di canti popolari, era necessario che io cercassi di dare una collocazione sociale alle varie canzoni che trovavo, sia per spiegare un po’, nel corso dei miei spettacoli, il contesto in cui erano nati, e sia per poterli cantare in modo più sentito, così da coinvolgere ed emozionare coloro che mi ascoltavano.

Non sempre, capii ben presto, le canzoni nascono da stati d’animo gioiosi, anzi, spesso si mettono in musica il dolore e la disperazione. Non so perchè, ma (lo vediamo anche dalle canzoni che fanno da colonna sonora alle nostre vite), sono moltissimi testi che parlano di amori infelici, di vite tristi e quant’altro.

Nei canti popolari troviamo, ovviamente, le stesse caratteristiche delle canzoni di oggi, ma accanto a quelli che parlano d’amore, ne troviamo innumerevoli a sfondo politico e sociale. L’esistenza degli uomini e delle donne veniva descritta, e quindi tramandata in maniera dettagliata, dalle ballate folkloristiche.

Giorni fa, leggendo alcune notizie, mi sono tornate alla mente le strofe cupe e dense di disperazione , fatica e lacrime di canzoni che descrivevano la vita dura delle donne che lavoravano nelle campagne in condizioni a dir poco disumane: “Sant’Agata ch’è auto lu soli, fallu pi’ carità fallu calari, tu nun lu fari no, pi li patruni, ma fallu pi li poveri giurnatari. Sidici uri a stari all’ammuccuni, li grini si li mangianu li cani, iddu si vivi vinu all’ammucciuni, a nui ni dunna l’acqua d’i vadduni, unni si tennu a moddu li liami…” ( Sant’Agata, quanto è alto il sole, fallo per carità, fallo calare, tu non lo fare, no, per il padrone, ma fallo per noi poveri giornatari. Sedici ore a stare bocconi, i reni sembrano morsi dai cani. Lui beve il vino dal boccione, a noi ci da l’acqua dei valloni, dove si tengoni a mollo i legnami).

“….e il caporale, ruffiano del padrone, con l’orologio in mano, stava a ride….”

Ebbene, anni di lotte per i diritti civili, scioperi, sacrifici, progresso, belle parole dei politici, riforme e chi più ne ha più ne metta, non sono serviti a nulla. La piaga del lavoro sommerso nelle campagne, il famigerato caporalato, schiere di schiavi che per una misera paga, lavorano dieci, dodici ore al giorno, in condizioni limite, sono ancora una realtà sociale a dir poco vergognosa.aaaaaaaaaapomodori

Qualche cifra: Un milione e duecentomila sono i lavoratori nell’agricoltura. Oltre il 40 % di loro sono irregolari. La giornata di lavoro è di 7-10 ore, in serra, ma nei magazzini di confezionamento dei prodotti sale anche a 15 ore. La paga giornaliera che dovrebbe aggirarsi intorno ai 54 euro, si riduce nella realtà a non più di 27 euro. 10 euro a persona è il guadagno del “caporale” al giorno.

Il caporale, che un tempo era un ex bracciante, che era riuscito a comprarsi un mezzo di trasporto e a conquistarsi la fiducia del proprietario terriero, con il passa-parola, nella piazza del paese, reclutava i “gionatari” e, stipandoli nel pulmino, come sardine, li accompagnava, alle prime luci dell’alba, sui posti di raccolta di questo o quel prodotto agricolo. Il rapporto tra il caporale e i braccianti era determinato dal fatto che, nei paesi, ci si conosceva tutti, era naturale che ci fosse una certa solidarietà. Oggi è tutto diverso. I caporali odierni, non hanno retaggi agricoli, hanno vari pulman, dispongono di reclutatori che raccolgono i nominativi di chi vuole lavorare, e soprattutto sono persone senza scrupoli.

Alle tre di notte raccolgono, in vari punti di ritrovo,aaaaaapulman i braccianti, molti dei quali donne, che, novelli schiavi, vengono portati nei campi, sfruttati e ricattati. Alle donne vengono frequentemente richieste anche prestazioni sessuali, con la certezza che nessuno denuncerà, per non rischiare di restare senza lavoro.

Ovviamente questo avviene col beneplacito di un sistema corrotto che frutta a quella che viene definita “agromafia” circa 12 miliardi e mezzo di euro all’anno.

Molti i clandestini occupati nei terreni agricoli, africani e indiani per lo più. Da qualche anno c’è un grande afflusso dalla “povera” Romania, e pare che le ragazze che arrivano per la stagione nelle nostre campagne, siano disposte a lavorare anche per paghe ancora più scarne. Nonostante ciò, le italiane sono sempre le preferite, perchè passano per essere meno ribelli delle straniere.

Il caporale, nei campi ha delle persone di fiducia, donne, per le braccianti, che controllano il lavoro. Il loro compito è anche quello di convincere le lavoratrici a rinunciare ai loro diritti, garantendo loro le assunzioni, in cambio. Se c’è anche una minima protesta si viene lasciate a casa.

La crisi degli ultimi anni, ha portato ad un aumento della mano d’opera femminile italiana, che seppure non proprio schiavizzata, rimane comunque sfruttata vergognosamente. Campania, Puglia e Sicilia sono le tre regioni dove il fenomeno è più esteso, e coinvolge circa 60mila donne nostre connazionali.aaaaaaaafragole

Vi assicuro che facendo questa ricerca, mi sembra di essere tornata indietro nel tempo. Pensavo che la vita umana avesse acquisito un altro valore. Non riesco a concepire che ancora oggi ci sono persone, madri di famiglia, mogli di uomini che hanno perso il lavoro, che pur di sfamare i propri figli, e di dare sostegno alle famiglie, vanno a lavorare sotto al sole a picco o nelle serre dove si raggiungono i 50°, (ho letto di serre per le zucchine che sono alte non più di 80 centimetri), tutto il giorno piegate in due, a contatto con pesticidi e ormoni che minano gravemente la salute e che se il “campo” è troppo lontano da casa, sono ospitate in ruderi, quando non sono costrette a dormire all’adiaccio, senza servizi igienici, e senza le più elementari norme sanitarie. In silenzio, con abnegazione, con rassegnazione.

Le autorità provano a fare qualche riforma, (qualcosa è stato fatto dopo la protesta dei lavoratori africani a Rosarno nel 2010 e di Nardò nel 2011), il caporalato, per esempio, è stato riconosciuto come reato penale e prevede una pena dai 5 agli 8 anni, quando (raramente) si riesce a provarlo.

Rispetto al passato le donne che fanno le braccianti sono più acculturate, spesso hanno un diploma, ma la grave mancanza di lavoro, le ha costrette ad adattarsi. Anche lo stato d’animo, però, è diverso. sentimenti come solidarietà, pietà, generosità non esistono più, ognuna pensa solo a se stessa.

Il tasso di occupazione femminile nel Mezzogiorno è il più basso d’Europa, e non ci sono, o non si creano alternative. Lo Stato è gravemente e colpevolmente assente. Le forze dell’ordine poco attive nei controlli. Un esercito di “invisibili” senza diritti tutti i giorni vive il suo calvario.

E secondo il nostro presidente del consiglio (lo scrivo senza usare le maiuscole, di proposito) afferma che il Sud deve smetterla di piangersi addosso.

Incommentabile……..


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